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“Winning Time”: la bandiera Jerry West contro la serie TV sui Los Angeles Lakers

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Pubblicato il 08/06/2022
Di Team Digital
"Winning Time": la bandiera Jerry West contro la serie TV sui Los Angeles Lakers

La serie TV dedicata ai Los Angeles Lakers è un bel gioiello con alcuni significativi "ma"...


Quando Netflix – in piena pandemia – lanciò “The Last Dance” (la serie dedicata all’ultimo anno dei Chicago Bulls di Jordan & c.) tutto si aspettava, fuorché così tanto clamore per una serie TV dedicata al mondo del basket di circa 25-30 anni fa. Non se lo aspettava nonostante l’investimento sulla serie, che fu – senza alcun dubbio – un investimento importante. In Italia la serie TV arrivò solo con i sottotitoli e senza alcun tipo di doppiaggio. Risultato: “The Last Dance” andò oltre ad ogni più rosea aspettativa, diventando la serie sportiva più vista su Netflix: in realtà va detto che sarebbe la terza, se consideriamo sullo stesso piano “La regina degli scacchi” e “Kobra Kai“, sebbene tra queste serie, esista uno stile narrativo troppo differente per fare dei paragoni precisi.




The Last Dance” portò con sé anche un discreto numero di polemiche. La prima, la più ovvia: la serie dedicata all’ultima stagione dei Bulls, agli occhi di tutti era ormai diventata la serie su Michael Jordan prima, e sull’ultima stagione dei Bulls (forse) dopo. Tant’è che Jordan ebbe l’ultima parola su tutto, oltre ad un contratto da 3-4 milioni di dollari (ma c’è anche chi dice 10 milioni e chi dice 2 milioni) con Netflix: un compenso che “Air Jordan” decise di devolvere completamente in beneficenza durante la pandemia del 2020.
Scottie Pippen, secondo violino di quei Bulls, rimase scioccato dalla serie TV e di quanto questa avesse spostato il tiro: ne venne fuori un libro intitolato “Unguarded” con la sua versione dei fatti.


Gli ultimi due episodi della serie sono stati simili ai precedenti otto e anche questi due glorificavano Michael Jordan e non davano nemmeno lontanamente abbastanza credito a me e ai miei compagni. Michael ha la maggior parte delle colpe in questo. I produttori gli avevano dato il controllo editoriale del prodotto finito. Il documentario non sarebbe stato pubblicato senza il suo ok. Era la guida e il direttore. Non mi aspettavo tutto questo. Michael ha presentato la sua storia, non la storia di “Last Dance”, come il nostro coach, Phil Jackson, la definì nella stagione 1997/98.


Un’altra polemica, riguardava il libro della discordia citato a più riprese nella serie TV targata Netflix: “The Jordan Rules“, scritto da Sam Smith, è il libro che ha raccontato il lato oscuro dei Bulls nell’anno in cui vinsero il primo anello, usando fonti (anonime) ma tutte all’interno della squadra. Oggi il libro è stato ristampato in moltissime lingue, con una nuova prefazione dell’autore, che mette in discussione la ricostruzione della nota serie TV.


Ci sono tante cose in The Last Dance che, per quanto ne so, o sono state inventate o direttamente falsificate. Sembra uno di quei film televisivi che all’inizio ci tengono a precisare che si basano su fatti realmente accaduti. È così anche in questo caso, ma solo una parte è basata su una storia vera.


Oggi, invece è la volta di “Winning Time“, la serie TV dedicata ai Los Angeles Lakers in onda su SKY: una perla prodotta da HBO che narra dell’ascesa dello “showtime” del basket degli anni ’80. La serie è da poco uscita anche in Italia, è tratta dal libro “Showtime: Magic, Kareem, Riley and the Los Angeles Lakers Dynasty of the 1980s” di Jeff Pearlman, e per la gioia di tutti gli appassionati, è stato confermato che ci sarà una seconda stagione.




“Winning Time” non è “The Last Dance“. Non è una docuserie, innanzitutto. Parliamo di una vera e propria serie TV, in cui non ci sono i protagonisti di allora, ma degli attori: il tutto realizzato in pieno stile “Don’t Look Up“, con una costruzione dell’assurdo che ha trasformato una serie TV sportiva, in una produzione hollywoodiana che ha al centro tutto un mondo che gravita attorno alla città degli angeli. Bella? Lo è, eccome se lo è. Ma anche questa serie ha i suoi scontenti, uno su tutti, una delle bandiere di quei Lakers, ovvero Jerry West, uno che nei Lakers ha giocato 932 partite mettendo a referto ben 25192 punti in 14 anni, ovvero tra il 1960 e il 1974. La lettera inviata a tutti i soggetti coinvolti, da parte del suo legale, parla chiaro.


Rappresenta in modo falso e crudele il signor West come un alcolizzato fuori controllo e in preda alla rabbia perché ubriaco. Il Jerry West rappresentato in Winning Time non ha alcuna somiglianza con l’uomo reale.
Il vero Jerry West era orgoglioso nel trattare le persone con dignità e rispetto. Winning Time è un’aggressione senza fondamento e malvagia della sua persona. Avete ridotto l’eredità di una leggenda e un modello di comportamento che ha 83 anni a una rappresentazione di un bullo volgare e non professionale, l’esatto opposto dell’uomo che è in realtà.


L’avvocato di Jerry West, oltre alla lettera (in cui chiede scuse, danni e un chiarimento della situazione) ha allegato alcune testimonianze dei volti noti di quei Lakers come Kareem Abdul-Jabbar, Michael Cooper, Jamaal Wilkes e Mitch Kupchak. Tra questi spicca la dichiarazione dell’uomo che inventò il celebre gancio cielo, ovvero il grande Kareem Abdul-Jabbar.


Non ha mai spezzato mazze da golf, non ha mai lanciato il suo trofeo contro una finestra. Certo, queste azioni rappresentano dei momenti drammatici, ma sembrano uno sfruttamento dell’uomo piuttosto che un’esplorazione della sua personalità.


Immagine di copertina tratta dal trailer


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