“Bohemian Rhapsody” compie 51 anni. Il capolavoro dei Queen, scritto da Freddie Mercury, uscì infatti il 31 ottobre 1975 e, a più di mezzo secolo di distanza, continua a essere una delle canzoni più celebri, studiate e sorprendenti della storia del rock.
Ancora più incredibile è il modo in cui nacque. Perché “Bohemian Rhapsody” venne fuori quasi per errore. Non nel senso di uno sbaglio vero e proprio, ma perché il risultato finale andò ben oltre ciò che la tecnologia disponibile nel 1975 sembrava permettere.
Il brano fu costruito attraverso tentativi, sovraincisioni, copie, montaggi e soluzioni tecniche trovate mentre il lavoro era già in corso. Freddie Mercury aveva ben chiara l’idea musicale, ma trasformarla in una registrazione concreta richiese un procedimento così complesso che persino chi partecipò alle prime sessioni non ascoltò subito la canzone nella sua forma definitiva.
Le registrazioni iniziarono il 24 agosto 1975 ai Rockfield Studios, in Galles. Secondo quanto ricostruito dalla BBC, Kingsley Ward, cofondatore dello studio, ricordava che i Queen lavorarono inizialmente su sezioni separate. Quando la band lasciò Rockfield, lui non aveva ancora ascoltato “Bohemian Rhapsody” completa.
La sentì soltanto più tardi alla radio.
Come nacque “Bohemian Rhapsody” dei Queen
È proprio questo uno degli aspetti più sorprendenti della storia del brano. Come ricostruisce Sound On Sound, attraverso le testimonianze del produttore Roy Thomas Baker e dell’allora assistente Gary Langan, la base di “Bohemian Rhapsody” venne lavorata in tre sezioni distinte.
La ballad iniziale, la parte operistica e la sezione rock non furono quindi registrate come un’unica performance continua. Vennero sviluppate separatamente e poi unite durante la lavorazione. In altre parole, quello che oggi sembra un brano perfettamente costruito in ogni passaggio prese forma progressivamente, man mano che i Queen e i tecnici trovavano il modo di realizzare le idee di Freddie Mercury.
I Queen portarono la tecnologia del 1975 fino al limite
Il vero problema arrivò con la celebre parte operistica di “Bohemian Rhapsody”. Freddie Mercury, Brian May e Roger Taylor registrarono le armonie vocali più volte, accumulando uno strato dopo l’altro. I registratori dell’epoca offrivano 24 tracce, ma per ciò che i Queen volevano ottenere non erano comunque sufficienti.
La soluzione fu ricorrere continuamente ai submix: diverse tracce venivano combinate su una sola pista per liberare spazio e permettere nuove registrazioni. Secondo Sound On Sound, in alcuni punti si arrivò fino a otto generazioni di copie. La sola sezione operistica richiese circa tre settimane di lavoro, un tempo enorme per l’epoca e paragonabile a quello necessario per incidere un intero album.
Il nastro di “Bohemian Rhapsody” diventò quasi trasparente
A forza di registrare, copiare e sovrapporre nuove parti, anche il supporto analogico cominciò a risentirne.
Sound On Sound ricorda che il nastro multitraccia di “Bohemian Rhapsody” era stato utilizzato così intensamente da risultare quasi traslucido se osservato controluce. Ed è proprio qui che l’idea di una canzone nata “quasi per errore” acquista davvero senso.
Ogni copia introduceva inevitabilmente piccole imperfezioni, saturazione e alterazioni del suono. Effetti che, in teoria, un tecnico avrebbe cercato di limitare. Nel caso dei Queen, invece, alcune di quelle conseguenze finirono per contribuire al carattere unico della registrazione. Non esistevano computer, file digitali o la possibilità di tornare indietro con un semplice comando. Il nastro poteva essere tagliato, ricomposto e modificato fisicamente, rendendo ogni passaggio molto più delicato.
“Bohemian Rhapsody”, quindi, non nacque davvero da uno sbaglio. Nacque però quasi accidentalmente dall’incontro tra l’ambizione dei Queen, le idee di Freddie Mercury e una tecnologia spinta ben oltre il modo in cui era stata pensata per essere utilizzata. Ed è forse anche per questo che, 51 anni dopo, continua a sembrare un brano praticamente irripetibile.
Fonti: BBC, Sound On Sound. Foto: YouTube