Ci sono canzoni che appartengono a un’epoca e altre che sembrano riuscire a sfuggire al tempo. “Bohemian Rhapsody” dei Queen appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Pubblicata il 31 ottobre 1975, dura quasi sei minuti, non ha un vero ritornello e passa nel giro di pochi istanti da una ballata malinconica all’opera, fino all’hard rock. Sulla carta avrebbe avuto tutto per essere una canzone troppo complicata, troppo lunga e troppo strana per diventare un successo mondiale.
E invece, oltre cinquant’anni dopo, bastano ancora le prime note per riconoscerla. E spesso anche per emozionarsi. Ma perché “Bohemian Rhapsody” continua ad avere questo effetto dopo così tanto tempo? Ci sono almeno cinque motivi.
1. “Bohemian Rhapsody” non assomiglia a nessun’altra canzone
Non c’è una struttura classica alla quale aggrapparsi. Il brano attraversa un’introduzione a cappella, una ballata al pianoforte, una sezione operistica, un’esplosione hard rock e infine una coda molto più intima.
Non esiste il classico ritornello da aspettare. “Bohemian Rhapsody” cambia continuamente direzione e porta chi ascolta dentro un piccolo viaggio. Nel 1975 era una scelta rischiosissima. Una canzone così lunga e lontana dagli schemi tradizionali sembrava poco adatta alle radio. Proprio ciò che avrebbe potuto condannarla, però, è diventato il suo tratto distintivo. Non sappiamo mai davvero dove ci porterà, anche se conosciamo ogni secondo a memoria.
2. I Queen trasformarono lo studio di registrazione in uno strumento
Anche il modo in cui nacque contribuisce al suo fascino. Durante le sessioni del 1975, Freddie Mercury, Brian May e Roger Taylor sovrapposero continuamente le loro voci per costruire l’enorme coro della sezione operistica. In un’epoca dominata dal nastro analogico, ogni nuovo livello rendeva il lavoro più complesso.
Il produttore Roy Thomas Baker e i Queen portarono la tecnologia disponibile molto vicino ai suoi limiti, trasformandoli però in una possibilità creativa. Il risultato non è soltanto tecnicamente impressionante. È soprattutto un suono che ancora oggi riconosciamo immediatamente: grandioso, teatrale e quasi impossibile da confondere con quello di qualsiasi altra band.
3. La voce di Freddie Mercury ci racconta qualcosa anche senza spiegare tutto
Poi c’è Freddie Mercury. In “Bohemian Rhapsody” non canta semplicemente una melodia. La interpreta come se stesse vivendo davanti al microfono una storia intera.
Passa dalla fragilità iniziale alla paura, dalla teatralità alla rabbia, fino a una conclusione quasi rassegnata. Il testo non offre mai una spiegazione definitiva di ciò che sta realmente accadendo e proprio questa ambiguità gli ha permesso di sopravvivere al passare del tempo. Ognuno può trovarci qualcosa di diverso.
Colpa, paura, ribellione, perdita, accettazione: le parole possono essere interpretate, ma l’emozione trasmessa dalla voce di Mercury arriva molto prima di qualsiasi analisi.
4. Ogni generazione ha scoperto la propria “Bohemian Rhapsody”
La canzone ha avuto una storia rarissima. Fu un enorme successo già nel 1975, tornò ai vertici delle classifiche dopo la morte di Freddie Mercury nel 1991 e l’anno seguente conquistò un pubblico completamente nuovo grazie alla celebre scena di “Wayne’s World”.
Poi sono arrivati internet, lo streaming, i social e il film “Bohemian Rhapsody” del 2018. Ogni generazione sembra aver avuto un momento nel quale ha riscoperto il brano dei Queen come se fosse appena uscito. Ed è forse questo uno dei suoi segreti: appartiene agli anni Settanta, ma non è mai rimasta prigioniera degli anni Settanta.
5. I Queen non avevano paura di esagerare
C’è infine un elemento che oggi appare ancora più evidente: “Bohemian Rhapsody” non ha paura di essere troppo. È barocca, drammatica, teatrale, complessa e volutamente esagerata. Non prova mai a diventare più semplice per conquistare chi la ascolta. Fa esattamente il contrario.
I Queen costruirono un mondo e chiesero al pubblico di entrarci. Cinquant’anni dopo continuiamo a farlo. Forse è proprio questo il motivo per cui “Bohemian Rhapsody” continua a emozionare. Non segue una moda, non appartiene veramente a un genere e non cerca di assomigliare a nulla. E quando arriva quell’ultima, malinconica parte della canzone, dopo tutto il caos, le voci e le chitarre, per qualche secondo sembra ancora di ascoltarla per la prima volta.
Foto: immagine generata con AI