Dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, le emittenti radiofoniche di tutto il mondo fermarono i programmi leggeri e interrotto la normale programmazione musicale, lasciando spazio alle notizie in tempo reale e al dolore collettivo. Ma negli Stati Uniti direttamente colpiti da questa tragedia, accadde di più: il colosso radiofonico statunitense Clear Channel (oggi iHeartMedia) diffuse un memorandum interno contenente una lista di oltre 160 canzoni ritenute “inappropriate” per la messa in onda.
Non era un divieto governativo, ma una mastodontica operazione di auto-censura adottata da oltre 1.200 stazioni radio per evitare di urtare la sensibilità del pubblico sconvolto. Così vennero messi al bando l’intero catalogo dei Rage Against the Machine, l’unico gruppo di cui vennero sconsigliate tutte le canzoni, a causa delle forti tematiche politiche e anti-sistema o Peace Train di Cat Stevens per la conversione dell’artista all’Islam, avvenuta anni prima e persino John Lennon con la sua Imagine considerata inappropriata per versi come “Imagine there’s no heaven” nel clima di lutto nazionale.
Dalla poesia di John Lennon al rock degli AC/DC
Tra le censure più paradossali di quel’11 settembre (e giorni seguenti) Louis Armstrong con What a Wonderful World ritenuta troppo amara o ironica da trasmettere in quel contesto, Frank Sinatra con New York, New York per l’impatto emotivo legato alla città colpita e anche The Bangles con Walk Like an Egyptian per evitare qualsiasi riferimento, seppur pop, al Medio Oriente.
Poi vennero vietate le canzoni con riferimenti ad aerei, volo e caduta come Jet Airliner della Steve Miller Band o Learn to Fly dei Foo Fighters. Poi quelle con testi che parlavano di fuoco, esplosioni e distruzione: tra queste Burning Down the House dei Talking Heads, Disco Inferno di The Trammps o Highway to Hell, T.N.T., Shot Down in Flames e Dirty Deeds Done Dirt Cheap degli AC/DC. E ovviamente quelle canzoni che parlavano di apocalisse, morte e tragedia. Furono censurati così anche i R.E.M. di It’s the End of the World as We Know It (And I Feel Fine) e i Beatles di A Day in the Life.
Questa lista perse gradualmente efficacia nei mesi successivi, man mano che le stazioni radio ripresero una programmazione ordinaria, ma rimane uno degli esempi più eclatanti di panico culturale e censura nella storia dei media e della musica.