Londra – I grandi musei e il mercato dell’arte contemporanea, un rapporto che, nel caso delle istituzioni pubbliche, è diventato sempre più difficile. Anche per uno straordinario museo come la Tate Modern di Londra. Ne abbiamo parlato con Andrea Lissoni, senior curator per l’arte internazionale della Tate.
“Le istituzioni pubbliche – ci ha detto nella Turbine Hall -sono, di fronte al mercato, in una condizione drammatica. Non possono più interagire con il mercato in modo sostanziale, almeno con il mercato classicamente europeo e americano, devono completamente dipendere da donazioni, che poi sono ancora più difficili da accettare che una acquisizione, per ragioni di conflitti di interessi, o da fortunati ritrovamenti in Paesi o luoghi non centrali, ma di fatto l’istituzione oggi non può più competere con i costi del mercato”.
Una situazione di difficoltà nella quale, però, si possono trovare momenti illuminanti, nella loro differenza. E’ il caso del confronto con il lavoro del francese Philippe Parreno, a nostro modesto avviso in questo momento uno degli artisti più importanti al mondo, che proprio nella Turbine Hall della Tate Modern è stato chiamato a esporre per la prossima Hyundai Commission.
“Philippe come altri, pochi – ha aggiunto Lissoni – mostra una postura che sposta la logica del museo e dell’acquisizione di oggetti e si sposta sulla acquisizione di esperienza. Questo è radicale perché comunque si parla di arte, comunque siamo nel contesto di una mostra, comunque nel campo dell’arte moderna e contemporanea. Sta al museo raccogliere questa esperienza e capire come portarla avanti”.
Un’esperienza che, come hanno già messo in evidenza le ultime esposizioni di Parreno a Parigi, New York e Milano, assume ogni volta un valore nuovo, inedito e totalizzante. Capace di ridare vita a quella vocazione radicale di arte da cui le grandi istituzioni pubbliche, e con esse il grande pubblico di uno spazio globale come la Tate, possono trarre nuova energia.