Palermo – I capi della cupola mafiosa del mandamento di Santa Maria di Gesù a Palermo venivano nominati con delle vere e proprie elezioni, ad alzata di mano, con tanto di campagna elettorale. È questa la verità emersa dalle indagini dei Carabinieri del Ros e del comando provinciale di Palermo che hanno messo sotto scacco la storica cosca siciliana.
Sei i provvedimenti di fermo, emessi dalla Procura di Palermo, nei confronti di Giuseppe Greco, Natale Giuseppe Gambino, Gabriele Pedalino, Domenico Ilardi, Lorenzo Scarantino e Francesco Urso. Per loro le accuse sono, a vario titolo, di omicidio, tentato omicidio, associazione mafiosa e reati in materia di armi.
I dettagli nelle parole del comandante dei Ros di Palermo, generale Giuseppe Governale. “Dai 120 adepti degli anni ’80 del principe di Villa Grazia, di Stefano Bontade – ha spiegato – adesso si tratta di una pattuglia molto più ristretta, in cui però vigono gli straordinari vincoli di coesione e la capacità di intimidire ed esercitare violenza”.
Le indagini hanno fatto luce sul processo di riorganizzazione interna del clan e la capacità militare del clan, culminata nel recentissimo omicidio di Salvatore Sciacchitano e nel ferimento di Antonino Arizzi. Il capofamiglia, detto anche Principale, era Giuseppe Greco, il quale poteva contare sul sottocapo Natale Giuseppe Gambino e in Salvatore Profeta.
In realtà non c’era un vero e proprio antagonista alla figura di Greco che, in funzione della carica di reggente già assunta, avrebbe ottenuto da subito il consenso degli affiliati più autorevoli, tra i quali lo stesso Salvatore Profeta, che si era offerto di appoggiarlo.
La procedura elettiva avveniva solo per le cariche di capofamiglia e consigliere, mentre le nomine per i ruoli di sottocapo e capodecina sarebbero riservate allo stesso Capo famiglia – Principale in precedenza eletto.
“Un esercizio di democrazia – ha concluso il gen. Governale – e la capacità di eleggere un rappresentante carismatico, in questa circostanza il ruolo di reggenza di Greco Giuseppe è stato poi definito da una vera e propria elezione”.
Se la base dell’organizzazione esprimeva i vertici, al capofamiglia spettava invece designare i propri collaboratori come Antonino Profeta, fiduciario alle dirette dipendenze del boss che l’avrebbe autorizzato a eludere le rigide regole della gerarchia mafiosa e l’obbligo d’informazione dei superiori.