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Queen, Freddie Mercury era fissato con un quadro: da lì nacque una delle sue canzoni più folli


Prima di “Bohemian Rhapsody”, Freddie Mercury aveva già iniziato a sperimentare con strutture complesse, sovraincisioni e mondi fantastici. Uno degli esempi più sorprendenti si trova in “Queen II”, album del 1974 che contiene una delle composizioni più eccentriche dei Queen: “The Fairy Feller’s Master-Stroke”.


Dietro quella canzone, però, non c’è soltanto la fantasia di Mercury. C’è anche un quadro dell’Ottocento che lo affascinava profondamente, una vera ossessione artistica e la storia drammatica del pittore che lo realizzò.


A ricostruire il legame è Louder, secondo cui Freddie Mercury rimase particolarmente colpito dall’opera “The Fairy Feller’s Master-Stroke” dell’artista inglese Richard Dadd, al punto da tornare più volte alla Tate Gallery di Londra per osservarla.




Freddie Mercury e il quadro che lo ossessionava


Mercury aveva sviluppato un forte interesse per l’arte durante gli anni trascorsi all’Ealing Art College. Il dipinto di Richard Dadd, realizzato tra il 1855 e il 1864, sembrava racchiudere molti degli elementi che avrebbero poi caratterizzato anche l’immaginario dei primi Queen: fantasia, teatralità, personaggi bizzarri e una quantità quasi esasperata di dettagli.


La tela raffigura un mondo popolato da fate, figure del folklore inglese e personaggi legati anche all’universo di Shakespeare. Al centro della scena c’è il cosiddetto “fairy-feller”, pronto a colpire una noce con un’ascia.


Secondo quanto riportato da Louder, Freddie Mercury era talmente affascinato dal quadro da andare a vederlo ripetutamente alla Tate. Anche Brian May avrebbe ricordato quanto il cantante fosse attratto dalla complessità dell’opera e dai suoi diversi livelli visivi. Ma dietro quell’immagine fantastica si nascondeva una storia molto più oscura.


Richard Dadd, la storia drammatica dietro l’opera


Richard Dadd attraversò una grave crisi psichica durante un viaggio in Medio Oriente nel 1842. Negli anni successivi sviluppò convinzioni deliranti e comportamenti sempre più violenti. Nel 1843 uccise suo padre, convinto che fosse posseduto, e dopo la fuga venne arrestato e internato.


Fu proprio durante il ricovero al Bethlem Royal Hospital che continuò a dipingere e lavorò per anni a “The Fairy Feller’s Master-Stroke”, opera che lo stesso artista considerava ancora incompleta.


Quella combinazione di fantasia, ossessione e inquietudine avrebbe colpito profondamente Freddie Mercury, che decise poi di trasformare quell’universo in musica.


Come Freddie Mercury trasformò il quadro in una canzone dei Queen


Quando scrisse “The Fairy Feller’s Master-Stroke”, Mercury provò a trasferire in musica la densità del dipinto. Il risultato fu uno dei brani più elaborati di “Queen II”: clavicembalo, numerose armonie vocali, percussioni e chitarre sovraincise si accumulano creando una struttura estremamente ricca.


Roger Taylor avrebbe poi ricordato quanto la lavorazione fosse impegnativa: i Queen cercavano deliberatamente di spingere le possibilità dello studio di registrazione oltre ciò che normalmente veniva fatto all’epoca.


La complessità del brano era tale che venne eseguito dal vivo soltanto poche volte durante il tour di “Queen II”.




Prima di “Bohemian Rhapsody”, Mercury sperimentava già così


L’influenza del quadro non si fermò alla musica. Secondo Louder, anche uno dei celebri costumi bianchi indossati da Freddie Mercury negli anni Settanta prese ispirazione da un personaggio presente nell’opera di Dadd.


Il legame tra arte, teatro e musica era quindi già evidente molto prima di “Bohemian Rhapsody”. “The Fairy Feller’s Master-Stroke” mostra infatti un Mercury già interessato a costruire composizioni dense, visionarie e senza una struttura convenzionale.


Anni prima del capolavoro che avrebbe consacrato definitivamente i Queen, Freddie Mercury stava già definendo quel modo di comporre teatrale e quasi senza limiti che sarebbe poi diventato uno dei tratti più riconoscibili della band.