Norman Manea: la letteratura non ci salva, ma combatte il vuoto


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Pubblicato il 20/09/2017

Milano – Norman Manea, lo scrittore rumeno che ha scelto l’esilio e da quasi trent’anni vive negli Stati Uniti, è uno di quegli intellettuali che sembrano portare su di sé gran parte della storia del Novecento e dei suoi totalitarismi. Eppure lo fa con leggerezza e una arguzia che sembrano quelle di un ragazzino, seppur di oltre 80 anni. Lo abbiamo incontrato a Milano in occasione della pubblicazione del suo libro di interviste e conversazioni con Edward Kanterian, “Corriere dell’Est”, edito in Italia da Il Saggiatore.

“La mia letteratura e in generale la mia struttura – ci ha detto – è più portata a porre domande piuttosto che a dare risposte, e se devo dire la verità anche in questo momento preferirei fare io le domande a me stesso e normalmente lo faccio, perché è proprio della letteratura porre domande sulla coerenza del mondo e il suo significato”.

Per entrare nel mondo di Manea, questa volta, abbiamo scelto di usare la mediazione di due altri scrittori ebrei, il più grande e universale, Franz Kafka e il più americano e per certi versi sovversivo, Philip Roth, che di Manea sottolineò il suo non sapersi trattenere dal denunciare la grottesca prevaricazione del potere nella Romania di Ceausescu, a prezzo poi dell’esilio.

“La mia forza per combattere il mondo e combattere tutto quello che è folle in questo mondo – ci ha detto Manea – forse è diminuita con l’età, ma credo sia vero che stiamo combattendo in un certo senso per la nostra integrità, e il combattimento più grande è dentro di noi. Kafka ha scritto che nella lotta tra noi e il mondo dovremmo prendere le parti del mondo, contro di noi. Lui lo ha fatto in modo brillante e doloroso e anche io credo di averlo fatto, per quanto potevo”.

Nelle pagine del libro si trovano alcune frasi che esplodono nella testa del lettore con la chiarezza di una rivelazione, come per esempio la definizione, molto kafkiana, della letteratura come una “competizione con te stesso e con il nulla, la non-esistenza”

“Il vuoto – ci ha spiegato lo scrittore – è tutto intorno a noi, dentro di noi. Lo combattiamo con le nostre pagine, per lasciare un qualche ricordo delle nostre esistenze, per quanto fragili o effimere siano. Questa è la battaglia dell’arte e della letteratura contro il niente, contro il vuoto, contro la grande incertezza dell’esistenza”.

Un’incertezza che, però, secondo Norman Manea, ruota sempre intorno alle scelte di ciascuno di noi, attori in prima persona di quello che accade. Senza più divinità cui rivolgersi per chiedere aiuto, forse neppure la letteratura.

“La letteratura può essere un conforto – ha concluso il romanziere – io non sono mistico e non credo che essa abbia il compito di salvare il mondo. Dostoevskij ha detto che la bellezza salverà il mondo, ma ora lui è morto, noi siamo vivi, ci guardiamo intorno e vediamo che non ha salvato il mondo, che resta complicato e doloroso come prima e come prima è miracolosamente bello. Ma la salvezza, se c’è, può venire solo da noi stessi”.

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